Scopri se il vaccino su di te ha funzionato

24 Febbraio 2021

La percentuale di efficacia del vaccino anti Covid indica che non rispondiamo tutti nello stesso modo. Il test sierologico ci dice se il vaccino su di noi ha funzionato.

Siamo ormai diventati tutti esperti di test: molecolare, antigenico, sierologico. I primi due – il tampone classico e quello rapido – sono quelli che indicano se siamo positivi e i cui risultati sono quelli pubblicati ogni giorno e sui quali ci si basa per capire come va la pandemia. Il test sierologico ci dice invece se abbiamo incontrato il virus e quindi se siamo stati contagiati, anche senza saperlo perché asintomatici.

Il test infatti evidenzia se abbiamo sviluppato gli anticorpi che il nostro organismo produce quando si incontra il virus: IgM e IgG. le immunoglobuline M indicano un contatto recente, mentre le immunoglobuline G segnalano un’infezione avvenuta anche mesi prima. I test sierologici misurano inoltre la quantità di anticorpi prodotti, che è diversa da persona a persona, e che consente un’immunità la cui durata non è ancora chiara: si parla di 5-8 mesi ma anche di più di un anno.

Come scoprire se il vaccino ha funzionato

Con l’arrivo dei vaccini, il test sierologico ha una nuova importante funzione: scoprire se la persona vaccinata ha sviluppato gli anticorpi e in quale quantità. In altre parole, scoprire se e quanto il vaccino ha funzionato. Quando sentiamo dire che un vaccino ha una efficacia per esempio dell’80% vuol dire che, su dieci persone vaccinate, due sono non-responder, non sviluppano cioè anticorpi o ne sviluppano pochi. Insomma, tutti i vaccini sono efficaci, quello che cambia è la quantità di persone che potrebbero non rispondere.

La vaccinazione è uno stimolo alla produzione di anticorpi e sembra produrne di più di quanti ne produca mediamente il virus stesso, ma negli anziani – la cui risposta immunitaria è minore di quella dei giovani – e in altre categorie a rischio, sapere se si è fra quelli su cui il vaccino ha funzionato e quanti anticorpi sono stati prodotti è importante.

Gli screening con test sierologici

Su questi temi abbiamo interrogato la professoressa Silvia Angeletti che insegna Patologia Clinica e dirige il Laboratorio Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma. Guarda il video dell’intervista.

“In tutti i tipi di vaccini, anche quelli per l’influenza, ci potrebbero essere i non-responder. […] In questa fase in cui si si sta utilizzando un vaccino di tipo nuovo, pensiamo al vaccino a RNA, e si sa poco di questo virus, sarebbe utile sottoporre i vaccinati, dopo 10-15 giorni dalla seconda dose, ad uno screening sierologico per vedere se effettivamente hanno risposto.”

Anche se non è previsto al momento uno screening di massa in questo senso, saranno fatti i test sierologici nelle strutture sanitarie e in quelle in cui c’è contatto con categorie a rischio, oltre che in aree geografiche circoscritte a scopo di studio.

Il presidente del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), Massimo Inguscio, ha annunciato per esempio che sta per partire una grande indagine sierologica per studiare la risposta alla vaccinazione anti-Covid. Ai test sierologici si sottoporranno 10.000 volontari selezionati da tutte le Regioni. L’indagine, svolta all’interno del progetto Virus Memory dovrebbe anche fornire utili conoscenze e strumenti per dare risposte più rapide alle prossime pandemie.

Chi ha avuto il Covid deve vaccinarsi?

I test sierologici durante la vaccinazione hanno altre importanti funzioni. I dati raccolti sono infatti importantissimi per studiare il virus, le sue varianti, i vaccini stessi, nonché le priorità di vaccinazione e quindi la strada migliore verso “l’immunità di gregge”. Per esempio, sapere chi ha già contratto il Covid, e quindi ha una protezione contro il virus, serve a capire chi e quando vaccinare.

Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto Spallanzani e infettivologo del Comitato tecnico scientifico, ha dichiarato: “Chi ha già avuto il Covid non si deve vaccinare perché ha degli anticorpi naturali. Semmai si dovrà controllare il livello di anticorpi e quando questi dovessero scendere si può considerare una vaccinazione”.

Come spiega il professor Massimo Galli, direttore del reparto di Malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano: “La probabilità di avere reinfezioni è molto bassa. Se prendiamo un lavoro del Qatar, su più di 100 mila persone guarite riguardano lo 0,2 per 1.000. […] Sono fermamente convinto che ci si debba rendere conto che non si può utilizzare il vaccino anche quando non serve, visto che non è poi così tanto. E l’unico contesto in cui io ritengo che non serva, almeno subito, è quello delle persone con una pregressa infezione.”

Alla ricerca delle risposte

È bene ricordare che la comunità scientifica sta usando tutti i mezzi a disposizione, fra cui i test, per conoscere meglio il virus e le sue varianti, e per capire come trattare chi ha già contratto il virus. Ci sono confronti in corso anche per valutare i tempi delle dosi di richiamo. In Gran Bretagna e in Francia stanno estendendo le vaccinazioni a un numero elevato di persone usando al meglio le dosi disponibili, visto che già dopo la prima dose di vaccino gli anticorpi IgG raggiungono un titolo molto elevato. Purtroppo – ma è sempre così – la comunità scientifica ha bisogno di tempo e di evidenze confermate per studiare meglio il virus, combatterlo e renderlo inoffensivo.

Per tutti noi che scienziati non siamo, ciò che ci farà vincere questa non voluta battaglia sono la corretta informazione, l’attenzione e la pazienza.

Con il contributo non condizionante di Abbott.